papa Francesco a Studia Moralia


Lo scorso 9 febbraio 2019 l’Accademia Alfonsiana, in occasione del suo 70 anniversario di fondazione, è stata ricevuta in udienza privata da papa Francesco. Nel suo discorso[1] il Pontefice ha spronato l’Accademia a continuare a fare teologia morale nel solco delle grandi intuizioni alfonsiane, rivitalizzandole alla luce del Concilio Vaticano II e dei segni dei tempi. Con l’avvicinarsi del 150° anniversario della proclamazione di sant’Alfonso Doctor Ecclesiae (24 marzo 2021), abbiamo chiesto al Santo Padre la possibilità di un’intervista su alcuni temi morali di attualità. Gli stimoli che il Pontefice ha offerto nell’intervista acquistano un significato del tutto particolare non solo per l’Accademia Alfonsiana, in vista di questo giubileo. Esse sono un invito alla riflessione e all’approfondimento della proposta teologica morale del Santo Dottore per il nostro tempo.

Di seguito riproponiamo i primi passaggi dell’intervista, rivisti e corretti dal Santo Padre

Alfonso V. Amarante, C.Ss.R.
preside dell’Accademia Alfonsiana
2 settembre 2020


Intervista al Santo Padre
per la Rivista Studia Moralia dell’Accademia Alfonsiana

parte prima

fonte immagine: archivio fotografico de L’Osservatore Romano

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“La teologia morale deve poter dire cose che illuminino il nostro presente per poter rimettere al centro la dignità della persona”

Città del Vaticano, 1 agosto 2020


Santo Padre, la pandemia pone alla Chiesa nuove, urgenti e complesse sfide a livello morale. La crisi sanitaria, che ha generato una diffusa e preoccupante crisi economica, sta facendo emergere la fragilità dei nostri sistemi sociali. Tale situazione impone alle nostre comunità di ravvivare la creatività della carità con proposte e gesti significativi, arrivando alle radici dei problemi. Secondo Lei cosa può fare la teologia morale per un fruttuoso accompagnamento formativo delle coscienze? 

La pandemia è una crisi universale. Tutti sappiamo che da una crisi non se ne esce rimanendo uguali a prima. Ne usciamo migliori o peggiori, sia a livello individuale che sociale. Tutto dipenderà dal come gli Stati programmeranno il post-Covid: se in modo umano, o se solo in modo tecnico, ossia se guarderanno prevalentemente allo sviluppo economico, finanziario, oppure se sceglieranno di ripartire dalle persone, che ovviamente valgono sempre molto di più di un semplice profitto o di un dato finanziario. 

Credo che il punto sia educare le coscienze a pensare in maniera differente, in discontinuità con il passato. Ciò che ci aspetta è certamente un tempo difficile, con un aumento della povertà e della fame. 

Tutti dobbiamo agire con responsabilità, se vogliamo o no una umanità più umana, senza schiavi, senza uomini e donne sfruttati. Dobbiamo domandarci se vogliamo ancora nazioni che sfruttino altre nazioni, privandole – ad esempio – delle loro ricchezze naturali, soprattutto in questo momento in cui si avverte un bisogno crescente di risorse specifiche da impiegare per le nuove tecnologie che stanno diventando il nuovo petrolio, il nuovo oro. Non ha senso che una nazione si impegni da una parte a dare un sistema politico democratico a una nazione più povera, e poi trattenga per se l’usufrutto del suo sottosuolo. È inaccettabile che questo modo di pensare e di vivere rimanga uguale dopo la grande crisi della pandemia. Bisogna fare delle scelte coraggiose che impongano un cambiamento. Ma nessun cambiamento è possibile, se non cambia la visione e la percezione della realtà intorno a noi. Credo che la teologia morale debba aiutare per consapevolizzare quei “peccati” che il mondo ormai ha inglobato nella sua normalità e non li percepisce più come tali.  


Cosa la colpisce di più dell’insegnamento morale di Gesù?

Mi ha sempre colpito ciò che Gesù ad un certo punto dice di se stesso, e cioè che non è venuto ad abolire la Legge, ma a portarla al suo vero compimento (Mt 5,17). È un’affermazione che nasce come rimprovero ai dottori della Legge. Basta leggere il capitolo 23 del Vangelo di Matteo, ove Gesù rinfaccia loro la chiusura con cui interpretano l’insegnamento della Legge, riducendola solo a parole e a casi che alla fine sono manovrabili a seconda della convenienza. 

Egli vuole invece portarli a una consapevolezza nuova che la Legge sia a servizio dell’uomo come racconta con grande chiarezza nel capitolo 25 di questo stesso Vangelo: «Perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi» (Mt 25, 35-36). 

La vita morale è un’educazione all’umano e non una retorica degli schemi. 


Lei parla spesso delle “periferie esistenziali”, perché la teologia e nello specifico la teologia morale dovrebbe pensare a partire dalla periferia della vita?

Perché dalle periferie si vede meglio la realtà. Dal centro si ha una visione edulcorata, falsata, mentre dalla periferia si vede la realtà cruda, reale, senza nessuna maschera. C’è una fotografia nei locali dell’Elemosineria apostolica fatta da un bravo fotografo. Si intitola “indifferenza”. Raffigura una signora che esce dopo aver mangiato in un ristorante, indossando i guanti, la pelliccia, il cappello. Accanto a lei c’è un’altra donna con una stampella, povera, magra, vecchia che le chiede l’elemosina. Sono una accanto all’altra, ma la prima guarda dall’altra parte. L’indifferenza: è questo il grande male che produce un mondo auto centrato, avvitato su se stesso. La globalizzazione dell’indifferenza è una delle parole che ho usato proprio a Lampedusa. L’indifferenza oggi è un modo di difendersi. È una quarantena che io scelgo per me stesso, per custodirmi dal virus della realtà. Per questo, dalle periferie si può vedere la realtà senza trucco.

Ma vorrei anche dire che quando parlo di periferie non intendo solo le cose brutte. Le periferie sono ciò che la gente, il popolo vive realmente. Periferia è il lavoro, la cultura, il canto della gente. Anche un concerto di musica che raduna molti giovani è periferia, e non si può ignorare tutto questo.  


In un certo senso la periferia è lasciarsi provocare dalla realtà, così come Lei ha scritto nell’Evangelii gaudium. A questo proposito dobbiamo anche dire che la nostra realtà è segnata dalle scoperte delle neuroscienze, dalle scienze mediche, dall’intelligenza artificiale. Esse in un certo senso hanno cambiato l’antropologia, il modo di rapportarci alla realtà. Secondo Lei come dovremmo porci davanti alla singolarità irripetibile dell’uomo che si pretende sostituita con l’intelligenza artificiale?

Dobbiamo domandarci chiaramente il vero significato di intelligenza, di coscienza, di emotività, di intenzionalità affettiva e di autonomia dell’agire morale. I dispositivi artificiali che simulano capacità umane, in realtà, sono privi di qualità umana. Occorre non dimenticare mai questo dato per poter così orientare la regolamentazione del loro impiego, e la ricerca stessa, verso una interazione costruttiva ed equa tra gli esseri umani e le più recenti versioni di macchine, che si diffondono nel nostro mondo e trasformano radicalmente lo scenario della nostra esistenza. Se sapremo far valere anche nei fatti questi riferimenti, le straordinarie potenzialità delle nuove scoperte potranno irradiare i loro benefici su ogni persona e sull’umanità intera, senza mai sostituirsi a ciò che è la vera immagine e somiglianza di Dio, e che è appunto l’unicità di ogni uomo e di ogni donna. 

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altri passaggi dell’intervista verranno pubblicati sul sito nelle prossime settimane
la versione integrale sarà invece pubblicata nel prossimo fascicolo di Studia Moralia


[1] Francesco, «Progettare passi coraggiosi per meglio rispondere alle attese del popolo di Dio» in Studia Moralia 57/1 (2019) 13-16.