papa Francesco a Studia Moralia


Papa Francesco, in preparazione al 150° anniversario della proclamazione di sant’Alfonso M. de Liguori Doctor Ecclesiae (24 marzo 2021), ha concesso un’ampia intervista a Studia Moralia, rivista scientifica dell’Accademia Alfonsiana.

Riportiamo di seguito alcuni passi significativi dell’intervista del Santo Padre.

Alfonso V. Amarante, C.Ss.R.
preside dell’Accademia Alfonsiana
29 settembre 2020


Intervista al Santo Padre
per la Rivista Studia Moralia dell’Accademia Alfonsiana

fonte immagini: archivio fotografico de L’Osservatore Romano

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“La teologia morale deve poter dire cose che illuminino il nostro presente per poter rimettere al centro la dignità della persona”


Santo Padre, la pandemia pone alla Chiesa nuove, urgenti e complesse sfide a livello morale. La crisi sanitaria, che ha generato una diffusa e preoccupante crisi economica, sta facendo emergere la fragilità dei nostri sistemi sociali. Tale situazione impone alle nostre comunità di ravvivare la creatività della carità con proposte e gesti significativi, arrivando alle radici dei problemi. Secondo Lei cosa può fare la teologia morale per un fruttuoso accompagnamento formativo delle coscienze? 

La pandemia è una crisi universale. Tutti sappiamo che da una crisi non se ne esce rimanendo uguali a prima. Ne usciamo migliori o peggiori, sia a livello individuale che sociale. Tutto dipenderà dal come gli Stati programmeranno il post-Covid: se in modo umano, o se solo in modo tecnico, ossia se guarderanno prevalentemente allo sviluppo economico, finanziario, oppure se sceglieranno di ripartire dalle persone, che ovviamente valgono sempre molto di più di un semplice profitto o di un dato finanziario. 

Credo che il punto sia educare le coscienze a pensare in maniera differente, in discontinuità con il passato. Ciò che ci aspetta è certamente un tempo difficile, con un aumento della povertà e della fame. 

Tutti dobbiamo agire con responsabilità, se vogliamo o no una umanità più umana, senza schiavi, senza uomini e donne sfruttati. Dobbiamo domandarci se vogliamo ancora nazioni che sfruttino altre nazioni, privandole – ad esempio – delle loro ricchezze naturali, soprattutto in questo momento in cui si avverte un bisogno crescente di risorse specifiche da impiegare per le nuove tecnologie che stanno diventando il nuovo petrolio, il nuovo oro. Non ha senso che una nazione si impegni da una parte a dare un sistema politico democratico a una nazione più povera, e poi trattenga per se l’usufrutto del suo sottosuolo. È inaccettabile che questo modo di pensare e di vivere rimanga uguale dopo la grande crisi della pandemia. Bisogna fare delle scelte coraggiose che impongano un cambiamento. Ma nessun cambiamento è possibile, se non cambia la visione e la percezione della realtà intorno a noi. Credo che la teologia morale debba aiutare per consapevolizzare quei “peccati” che il mondo ormai ha inglobato nella sua normalità e non li percepisce più come tali.  


Cosa la colpisce di più dell’insegnamento morale di Gesù?

Mi ha sempre colpito ciò che Gesù ad un certo punto dice di se stesso, e cioè che non è venuto ad abolire la Legge, ma a portarla al suo vero compimento (Mt 5,17). È un’affermazione che nasce come rimprovero ai dottori della Legge. Basta leggere il capitolo 23 del Vangelo di Matteo, ove Gesù rinfaccia loro la chiusura con cui interpretano l’insegnamento della Legge, riducendola solo a parole e a casi che alla fine sono manovrabili a seconda della convenienza. 

Egli vuole invece portarli a una consapevolezza nuova che la Legge sia a servizio dell’uomo come racconta con grande chiarezza nel capitolo 25 di questo stesso Vangelo: «Perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi» (Mt 25, 35-36). 

La vita morale è un’educazione all’umano e non una retorica degli schemi. 


Lei parla spesso delle “periferie esistenziali”, perché la teologia e nello specifico la teologia morale dovrebbe pensare a partire dalla periferia della vita?

Perché dalle periferie si vede meglio la realtà. Dal centro si ha una visione edulcorata, falsata, mentre dalla periferia si vede la realtà cruda, reale, senza nessuna maschera. C’è una fotografia nei locali dell’Elemosineria apostolica fatta da un bravo fotografo. Si intitola “indifferenza”. Raffigura una signora che esce dopo aver mangiato in un ristorante, indossando i guanti, la pelliccia, il cappello. Accanto a lei c’è un’altra donna con una stampella, povera, magra, vecchia che le chiede l’elemosina. Sono una accanto all’altra, ma la prima guarda dall’altra parte. L’indifferenza: è questo il grande male che produce un mondo auto centrato, avvitato su se stesso. La globalizzazione dell’indifferenza è una delle parole che ho usato proprio a Lampedusa. L’indifferenza oggi è un modo di difendersi. È una quarantena che io scelgo per me stesso, per custodirmi dal virus della realtà. Per questo, dalle periferie si può vedere la realtà senza trucco.

Ma vorrei anche dire che quando parlo di periferie non intendo solo le cose brutte. Le periferie sono ciò che la gente, il popolo vive realmente. Periferia è il lavoro, la cultura, il canto della gente. Anche un concerto di musica che raduna molti giovani è periferia, e non si può ignorare tutto questo.  


In un certo senso la periferia è lasciarsi provocare dalla realtà, così come Lei ha scritto nell’Evangelii gaudium. A questo proposito dobbiamo anche dire che la nostra realtà è segnata dalle scoperte delle neuroscienze, dalle scienze mediche, dall’intelligenza artificiale. Esse in un certo senso hanno cambiato l’antropologia, il modo di rapportarci alla realtà. Secondo Lei come dovremmo porci davanti alla singolarità irripetibile dell’uomo che si pretende sostituita con l’intelligenza artificiale?

Dobbiamo domandarci chiaramente il vero significato di intelligenza, di coscienza, di emotività, di intenzionalità affettiva e di autonomia dell’agire morale. I dispositivi artificiali che simulano capacità umane, in realtà, sono privi di qualità umana. Occorre non dimenticare mai questo dato per poter così orientare la regolamentazione del loro impiego, e la ricerca stessa, verso una interazione costruttiva ed equa tra gli esseri umani e le più recenti versioni di macchine, che si diffondono nel nostro mondo e trasformano radicalmente lo scenario della nostra esistenza. Se sapremo far valere anche nei fatti questi riferimenti, le straordinarie potenzialità delle nuove scoperte potranno irradiare i loro benefici su ogni persona e sull’umanità intera, senza mai sostituirsi a ciò che è la vera immagine e somiglianza di Dio, e che è appunto l’unicità di ogni uomo e di ogni donna. 

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“Sant’Alfonso, dottore della Chiesa, ha pensato la sua morale non in laboratorio… ma nel confessionale, a partire dalla vita della gente”


Beatissimo Padre, nel Suo insegnamento è facile cogliere un’empatia e una sintonia con la visione morale e pastorale di sant’Alfonso de Liguori. Più volte Lei ha confidato di aver letto il libro “Le glorie di Maria”. Come è avvenuto il suo incontro con sant’Alfonso e come percepisce la sua proposta di una Chiesa sempre in esodo verso gli ultimi e gli abbandonati?

Inizialmente non sapevo che sant’Alfonso fosse il padre della teologia morale. Ne ho avuto consapevolezza successivamente. Il mio primo approccio è stato appunto attraverso la lettura de “Le glorie di Maria”. È un testo scritto con lo stile della sua epoca, con un’accentuazione devozionale, affettiva. Ma la cosa che colpisce è la grande solidità teologica che sottende tutto il testo. Sant’Alfonso parte sempre da una riflessione reale, storica, esistenziale. Io mi affrettavo a leggere i capitoli per arrivare alle storie che raccontava. Sono storie reali, della vita reale, cariche di umanità, di esistenza concreta. Quella di sant’Alfonso non è una teologia morale per gli angeli, non è una teologia morale pelagiana. Si avverte che sant’Alfonso sa prendere in mano la debolezza e sa leggerla alla luce della Grazia di Dio. In lui non c’è eccesso, ma armonia. Non cade mai né nel lassismo, né nel giansenismo. Il suo è un realismo illuminato.


C’è una sintonia tra il pensiero di sant’Ignazio e quello di sant’Alfonso? Sant’Ignazio parla di partecipazione affettiva alla vita di Cristo. C’è secondo Lei qualcosa di simile nel pensiero alfonsiano?

Credo di si. Per sant’Ignazio, ad esempio, è importante coinvolgere nella meditazione, anche nella lettura del Vangelo l’affetto. Questo porta l’uomo morale, il teologo, a essere syn-pathico con la persona che ha dinnanzi. In questo modo non penserà mai all’altro solo come un peccatore, come un malvagio da condannare. Anche lui è peccatore. L’altro che gli va incontro è un uomo che cerca Dio e viene al confessionale perché sta cercando Gesù. E Gesù non condannava mai preventivamente il peccatore. La Sua durezza era ed è contro una mentalità sbagliata, ma accanto alla durezza della condanna del peccato Egli mostra una tenerezza infinita per ogni uomo, anche per il più peccatore. Gesù condanna il peccato e non il peccatore.


Nel 2021 ricorre il 150 anniversario della proclamazione di sant’Alfonso a dottore della chiesa. La bolla della proclamazione riconosce nella sua proposta morale e spirituale «la via sicura» nel groviglio delle opinioni spesso contrastanti. Sant’Alfonso lo ha fatto attraverso il confronto e il dialogo, assumendo sempre come punto di partenza e di verifica la realtà viva del popolo. Quale il contributo che il suo insegnamento può dare ancora oggi?

La teologia di sant’Alfonso è una teologia umana e divina allo stesso tempo. Come Gesù anche sant’Alfonso entrava in rapporto diretto con la gente. È così dovremmo fare anche noi con le persone che ci vengono incontro nell’oggi. Per questo, quando si vuole descrivere in concreto la riflessione dei casi morali con la teologia di sant’Alfonso, non lo si può fare solo con la casistica. Come dicevamo prima, il suo atteggiamento è sempre a partire dalla debolezza; la rivelazione di Dio sulla debolezza; l’accoglienza e accompagnamento senza mai chiudere la porta. Mai. È l’atteggiamento dei confessori che sono padri, che sempre accompagnano. Mi domando: Sant’Alfonso, dottore della Chiesa, ha pensato la sua morale in laboratorio? No, l’ha pensata nel confessionale, cioè a partire dalla vita della gente.


Nel discorso che ha rivolto all’Accademia Alfonsiana, il 9 febbraio del 2019, in occasione del suo 70° anniversario di fondazione, ci chiedeva “un impegno più convinto e generoso per una teologia morale animata dalla tensione missionaria della chiesa in uscita”. Quali aspetti e prospettive potrebbe aggiungere ancora per percorrere in modo spedito la strada da lei tracciata?

Non mi stancherò mai di ripeterlo: andare proprio alle periferie. Ma in senso pratico, reale. Bisogna aprirsi all’incontro concreto con le periferie esistenziali senza cadere nella trappola di fare riflessioni teoriche che non hanno mai veramente incontrato il dramma e la bellezza della realtà vera. Bisogna aprirsi. C’è un’immagine che ho usato nel discorso che feci nel pre-conclave: nell’Apocalisse leggiamo che Gesù è alla porta e bussa (Ap 3,20). È chiaro che bussa per entrare e cenare con noi. Anche oggi Gesù è alla porta e bussa ma bussa dal di dentro della Chiesa perché non lo lasciamo uscire. La chiusura delle idee, dei preconcetti, sono queste le radici dove nascono le ideologie lassiste o rigoriste. Ripeto: sant’Alfonso non è né lassista né rigorista. Egli è un realista nel vero senso cristiano.

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la versione integrale dell’intervista verrà pubblicata nel prossimo fascicolo di Studia Moralia (58/2 luglio dicembre 2020)


[1] Francesco, «Progettare passi coraggiosi per meglio rispondere alle attese del popolo di Dio» in Studia Moralia 57/1 (2019) 13-16.


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