Le virtù per la felicità

Questa terza ricerca di filosofia morale porta a compimento le due precedenti (Quale impostazione per la filosofia morale? Ricerche di filosofia morale – 1, LAS, Roma 1996, pp. 328; Costituzione epistemica della filosofia morale. Ricerche di filosofia morale – 2, LAS, Roma 2009, pp. 368) Essa: 1) imposta la filosofia morale come riflessione sull’esperienza morale integra, della quale esamina l’attore umano dal punto di vista della prima persona che si pone la domanda sul modo migliore di vivere e lo riscontra nella pratica delle virtù. 2) Riflettendo sull’esperienza morale integra stabilisce quale sia l’oggetto della conoscenza morale ed in che cosa consista la sua verità; ne rintraccia i principi, alla luce dei quali migliora la pratica; è filosofia, ma tiene conto della Rivelazione cristiana senza assumerla quale principio proprio, come invece fa la teologia.

La ricerca s’inserisce nella tradizione tomista di pensiero morale e sviluppa quella filosofia morale che la teologia tomista suppone e usa, ma che Tommaso non ha elaborato. Il prof. Giuseppe Abbà focalizza la sua proposta sulle virtù, come componenti della felicità, introducendo alcune innovazioni che meglio le spiegano:
1) Distingue “virtù” nel senso di eccellenze dell’agire e nel senso di habitus; in questo modo può spiegare perché le virtù siano virtù, in che cosa consista la loro eccellenza e perché l’attore umano debba possederle a modo di habitus per poterle praticare con la saggia prudenza.
2) Cura il procedimento epistemico per definire le specie di virtù e classificarle con coerenza, ma non come sistema chiuso. Così spiega le virtù cardinali ed introduce alcune virtù sovrane, che non sono teologali, ma che mettono l’attore umano in relazione con Dio e che sostengono le virtù cardinali.
3) Definisce le specie di virtù considerandole come articolazioni dell’ordo rationis, l’ordine che la ragione pratica stabilisce tra beni/fini in vista dell’unione al Bene divino, essenza della vera felicità; tali articolazioni, applicate al modo di operare delle diverse potenze operative umane, definiscono i modi di regolazione specifici per ogni virtù.

La focalizzazione sulle virtù l’Autore la ricava dall’esame della condotta umana, esplicitandone i principi, la logica pratica ed il processo di autodeterminazione che conclude alle scelte. Da questo esame risulta il ruolo del fine ultimo nei generi di vita (l’Autore chiarisce il modo in cui l’attore opta per un fine ultimo concreto tra le possibili alternative ed esamina la composizione della vera felicità) e risulta la funzione della ragione pratica, della quale l’Autore definisce la praticità e lo sviluppo della regola morale in termini di virtù prima che di norme e con valore di legge naturale.
La ricerca approda alla praticabilità delle virtù, sia come impresa personale, sia come impresa comune, nella fragilità della condizione umana. Vi include la fallibilità morale del vizio, la necessità ed il procedimento dell’educazione morale, la sensatezza della pratica virtuosa nonostante la fragilità dei beni e della felicità, l’influsso benefico o nocivo delle diverse forme di comunitarietà sulla pratica virtuosa. Il tutto per sostenerla contro l’ethos moderno e secolarizzato. Conclude che la pratica virtuosa non è possibile senza l’aiuto di Dio benevolo e provvidente.


ABBÀ Giuseppe 
Le virtù per la felicità. Ricerche di filosofia morale – 3
(= Nuova Biblioteca Scienze Religiose 55)

LAS, Roma 2018, PP. 704